Blog Seminario su Jacques Derrida


 

:: La mitologia bianca. La metafora nel testo filosofico ::
in Jacques Derrida, Margini della filosofia, tr. it. di M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997


Derrida lecteur | commenti (7)
postato da violentunknownevent, lunedì, 25 ottobre 2004

Online una serie di articoli in pdf tratti da Études françaises (Volume 38, numéro 1-2, 2002) interamente dedicato a Derrida. Testi di Jacques Derrida, Jean-Luc Nancy, Alexis Nouss, e altri.

Dès son ouverture avec De la grammatologie, l'oeuvre de Jacques Derrida aura imprimé un déplacement décisif à la question de la lecture. Bien au-delà de la seule « déconstruction » de ses conventions et règles, la lecture selon Derrida en appelle à une autre expérience, à une responsabilité accrue, acte d'hospitalité inséparable d'une invention poétique. Les collaborateurs de cette livraison ont voulu témoigner à leur tour de la portée - philosophique, littéraire, politique - de ce travail de lecture et du rapport à l'autre qu'il met en oeuvre.

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Prima lettura | commenti (28)
postato da notears, giovedì, 21 ottobre 2004

“Ho deciso di lavorare solo in bikini”: palla a me.

In cosa si misura la “capienza” di un volume che può contenere la filosofia? Mi viene spontaneo dire (scrivere): in stile. Nel modo peculiare che ha l’autore di approcciarsi, attraverso la sua disposizione discorsiva nella sua lingua, alla scomposizione intellegibile dei concetti d’uso immediato.

Ci sono due modi per riempire il contenitore del testo filosofico: l’essere o meno consapevoli dell’esistenza del contenitore, del lavoro necessario per riempirlo e del fatto che lo si stia facendo in maniera univoca, in quanto il testo non scorre se non fuori di sé (scripta manent). Si può restare inconsapevoli anche se l’oggetto del lavoro filosofico è proprio il contenitore, il lavoro di composizione e l’univocità – è, in linea di massima, il lavoro dei semiologi.

Derrida si situa nella consapevolezza e fa anche di più: ci gioca. Questa consapevolezza della (r)esistenza del mezzo Derrida l’ha (tacitamente?) rilevata e custodita da quella non-utilizzabilità che l’utilizzabile del primo Heidegger fa trasparire quando non funziona, quando nella norma del suo corretto uso viene a galla l’eccezione dell’inerzia allo scopo. In questo frangente l’utilizzabile da immediato appare come strumento al quale si è applicata una mediazione.

La scrittura, come tutti gli strumenti, è soggetta ad errore (e chi più gioca con gli esercizi di stile più ne riconosce e sfrutta). La scrittura per Derrida è prima portatrice sana di non-utilizzabilità, vaso di Pandora della mediazione che, una volta rotto, lascia scappare il suo segreto concedendo ai mortali solo la speranza di riacciuffarlo. Questa speranza potrebbe darsi come definita da una mutazione della proposizione 7 del Tractatus del Principe delle Banalità: di ciò, di cui non si può scrivere, occorre discrivere (troppe is pesano). Proprio perché lo “scrivere” non ha il corrispettivo di “tacere” che spetta al “parlare”: il “cancellare” lascia sempre una traccia, dice qualcosa e non tace, è un’operazione al pari dello scrivere (quando premo “canc” sulla tastiera premo un tasto, quando gioco al silenzio non apro bocca). Discrivere è il silenzio riempito di stile: essendo nota l’inopportunità di metascritture foriere di matrioske infinite, è solo lo stile, gradino in più rispetto all’artificio estetico (in quanto alla ricerca della piena corrispondenza di significato o, meglio, di più significati collimanti con l’intero senso della scrittura), a poter parlare del segreto del linguaggio nello stesso linguaggio. La lezione dello stile nella cultura filosofica francese del ‘900 è il vero albero motore di una scrittura filosofica tanto esotica quanto affascinante: cosa aveva di tanto strabiliante quel giovane russo che mise le parole in bocca a gente come Lacan qualche anno prima della guerra? Un’ottima capacità divulgativa del pensiero di Hegel? Una brillante filosofia politica? Una bella faccia?

- Comprendere l’uomo mediante la comprensione della sua “origine” è […] comprendere l’origine dell’Io rivelato dalla parola. – (Kojève).

Non vi ricorda nulla? Non è l’eco di qualcuno? E’ riduttivo dirlo estrapolando una singola frase, ma la comunanza è di stile, la sua forza sta proprio nel modo di, nel come. Derrida eredita tutto questo e lo costringe alla scrittura. Egli discrive e descrive la sua personalissima discrizione: questo è il gioco di prestigio col quale incanta.

Ed è stile puro, perché campo della discrizione è la discrezione assoluta, la netta definizione di campo (la scrittura) che non permette descrizione se non procedendo con stile: è un perfetto nodo gordiano, motore immobile che attraverso le sue luminose irradiazioni di senso lascia trasparire gli effetti di verità alla fine di tutte le catene di mediazione possibili.

Derrida ci tortura, ma gioca al rischiatutto: l’indecodificabilità, la totale perdita di ostensività dei concetti è sempre ad un passo. Come ha fatto, quindi, a trovare la legittimità per farlo a livello accademico? Ci riesce perché non è (era) solo un abile logofero (come del resto non lo sono i vari Lacan, Debord, Baudrillard, ma non devo essere io a dirlo): riconosce all’alfabeto fonetico la proprietà costitutiva della logica occidentale nella rottura che viene a definire tra le parole e le cose, ma questa discontinuità storica (nel senso di storicamente determinata, legata all’invenzione e diffusione di un mezzo, circostanza la cui reale portata non è sempre nota e quasi mai chiaramente definita) ce la pone come dato già acquisito da cui partire per intavolare i suoi giochi di prestigio stilistici:

- […] la fonetizzazione della scrittura deve dissimulare la propria storia producendo se stessa [affinchè non si rompa, smetta di funzionare]

e ancora:

- la storia della verità, della verità della verità, è sempre stata, pur con la differenza di una diversione metaforica di cui dovremmo render conto, l’abbassamento della scrittura e la sua rimozione al di fuori della parola “piena” – (Derrida, 1967 – trad. da un esercito di persone che non novero, parentesi e corsivi miei).

Questi sono due dei tre punti fermi “di cui ci informa il logocentrismo [ovvero] metafisica della scrittura fonetica”, belli da leggere ed anche chiari in quanto edificati su “cause” che il lettore è tenuto a conoscere in anticipo (e qui ci starebbe un intero discorso sull’impossibilità di una riduzione massificante che possa distogliere qualcuno dal dire “creando un linguaggio sostanzialmente privato”…). Eppure questa chiarezza è minata da quel “sempre” che appartiene alla sola storia dell’Occidente e che ci preclude apriori l’approccio alla “storia di una verità extraoccidentale”, ma cha fa anche molto di più. È un “sempre” che necessita della “diversione metaforica” per spiegare un altro approccio, anch’esso pienamente occidentale, alla verità che è proprio di un certo gioco della scrittura: la metafora, figlia dello stile (o viceversa?).

Seconda domanda: è possibile la metafora nelle culture orali? E in quelle con scritture non alfabetiche la metafora (se c’è) ha lo stesso “valore”?

Dovremmo render conto anche di questo, a quanto pare dal 5 novembre.

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su Derrida | commenti (12)
postato da violentunknownevent, martedì, 19 ottobre 2004

1. Pochi giorni prima della scomparsa di Derrida è uscito questo numero dei Cahiers de l'Herne (83) a lui dedicato (qui la prefazione, qui la descrizione e l'indice in pdf). Già che ci sono segnalo anche: il dossier pdf di Le Monde; gli articoli di Libération e L'Humanité; la pagina della radio France Culture (con interventi di e su Derrida). 2. Alla ricerca dell'edizione originale di Marges, la commessa della libreria francese di Milano m'informa che sabato qualcuno ha requisito tutte le opere di Derrida. Inquietante.

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J Pride | commenti (6)
postato da violentunknownevent, martedì, 19 ottobre 2004

In seguito ad accorate richieste, è finalmente disponibile il banner dell'operazione, che potrete fare campeggiare con orgoglio sui vostri blog. Il codice per inserirlo è questo:
<a href=http://derrida.splinder.com><img src="http://www.soyombo.it/derrida/derban.jpg"></a>



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[fuori testo] | commenti (2)
postato da ts, lunedì, 18 ottobre 2004

L’idea di Vue mi sembra buona: si posta un brano e poi chi vuole, di seguito, nello stesso post, lo commenta e lo discute. Una protesi testuale che gemma dalla (non)archi-scrittura derridiana (appunto per me: evitare di scimmiottare Derrida, qui). Proprio come sto facendo io adesso. Aggiornamento: come vorrei fare io adesso. Non riesco a editare i post scritti da altri. Qual'è il problema?


Al volo, tanto per scrivere qualcosa in questi primi post di prova e temporanei: segnalo il sentito ricordo di Derrida da parte di Tommaso Giartosio su Nazione Indiana.
Mi ha colpito, in particolare, questo passo:

Era liberazione il suo “non c’è alcun fuori testo”. Io lo spiego così:
nessun testo (nessun Protocollo) può degradare il suo intorno al rango di
“fuori testo” e, forte di ciò, dirsi autosufficiente, autoevidente, accecante. Occorre invece riposare la vista, se necessario, e subito dopo passare a esaminare la cornice − per esempio il progetto, il movente − che è parte integrante del testo e contribuisce alla sua feconda impurità.

Per una salutare ironia (molto derridiana –mi sembra) io quel famoso “il n’y a pas de hors-texte” l’ho sempre interpretato in maniera quasi opposta pur giungendo a conclusioni simili (per comoda brevità diciamo: antifondazionali). Ovvero: non esiste qualcosa di “puro”, di non segnato dalla traccia, dalla scrittura, non esiste un trascendente, una Verità di cui tutto il resto sarebbe effetto secondario. Insomma, non può venire nessuno a dirmi “io possiedo il senso, l’intenzione, il pensiero, la voce, la verità, mentre tu, inferiore, solo una protesi, una derivazione, una deviazione, una perversione: la scrittura”. Non c’è un fuori-testo naturale, sano, infondato. Siamo sempre dentro la “scrittura”, circondati da una cornice, delle istituzioni, delle fondazioni che devono essere messe in questione: decostruite.

Segnalo ancora un articolo di Terry Eagleton in difesa di Derrida e contro il rifiuto, la sufficienza e l’indifferenza del mondo accademico anglosassone di fronte alla morte del filosofo. Un ritorno a Canossa per colui che definì Derrida “rozzamente antistorico” (avrà letto questo nel frattempo?).





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Libro bagnato, libro fortunato | commenti (12)
postato da Tez, venerdì, 15 ottobre 2004

Ho comperato il volume oggi, prendendo anche due acquazzoni feroci che mi hanno inzuppato. Ho iniziato a leggere il saggio e... bravi per su questa suggestiva idea che si è concretizzata così in fretta.
PS già che ci sono ho provato anche la funzione titolo

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[titolo] | commenti (4)
postato da Azioneparallela, venerdì, 15 ottobre 2004

Scrivo solo a titolo di prova, per vedere l'effetto che fa. Col che mi sono iscritto, suppongo. Quanto alla direzione filosofica, è un inattesa polpetta di vue. Che ringrazio. (Cosa comporti però non so).

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Epoché | commenti (1)
postato da violentunknownevent, venerdì, 15 ottobre 2004

Jacques Derrida è definitivamente "sfuggito al controllo". La sua scomparsa ha scatenato sciami d'interpretazioni (nel disperato tentativo di riassumere in qualche frase un inarrestabile flusso di scrittura) e furiosi dibattiti tra continentali e neopositivisti vari. Ma l'eredità del pensatore francese è innanzitutto un'interrogazione sulla filosofia stessa, su cosa "dica" la filosofia, su come lo dice. Perciò si è scelto di tornare (fenomenologicamente) alla cosa stessa: non il pensiero, ma la scrittura derridiana. Questo blog seminario (innanzitutto un esperimento sul mezzo) intende mettere alla prova i diversi capi di accusa che hanno pesato su Derrida: ermetico, sofista, imbroglione. Vuole essere l'occasione di sviluppare una riflessione sul testo filosofico, sui limiti e sulle ragioni del suo linguaggio. Si comincia a novembre: nel frattempo chi fosse interessato a partecipare s'iscriva via mail e cominci a leggere il saggio. Seguiranno dettagli tecnici e una breve introduzione del testo, per infine cominciare con la pubblicazione progressiva.

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