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:: La mitologia bianca. La metafora
nel testo filosofico :: Dico due parole su alcuni interventi. Comincio dalle domande di Marcellodibello. 1 Lascerei perdere il lapidario. Primo: perché è bene non cominciare dalle metafore; secondo, perché la metafora viene ripresa in conclusione del testo, e dunque vale la pena aspettare (così anche per il motivo eliotropico, aspetterei che si dispiegasse attraverso il testo tutto intero). 2. A quale libro alluda Derrida io non so. Chiederò (se lo becco) a un derridologo. Posso supporre che si tratti del volume di Poetique, ma non mi pare affatto decisivo per la comprensione del saggio. Derrida usa programmaticamente (qui e altrove) questa strategia, di costringere a riflettere su tutto ciò che ‘incornicia’ ciò che è detto: dall’esergo alla firma, dal supporto materiale al valore di scambio dello scritto. Fa bene a farlo, ma noi credo facciamo bene a ‘sospendere’ gli effetti che questa strategia in generale produce, per concentrarci anzitutto su ciò che è detto. 3. Non mi pare che la proporizione libro/capitolo=uso/uura sia appoggiata dal testo. Il movimento complessivo dei primi capoversi mi pare posa essere inteso, in forma minimale, così: è un’impresa circoscrivere il tema ‘metafora’, impresa destinata a naufragare – essenzialmente, e non per accidente. (E tra parentesi, Derrida accenna al fatto che non è detto che sia un male: “conviene [chi ha il testo francese sotto mano controlli questo verbo] che l’impegno in tale lavoro prometta più di quanto non dia”. (Se non dovessimo attenerci al testo, darei il massimo spicco a queste parole, e se dovessimo occuparci di Derrida in generale, inviterei a pensare a quante cose Derrida ha pensato anche in seguito sotto questa divisa). Derrida non ci dà un libro, ma un capitolo (qui torno ad ignorare le ragioni e i riferimenti pragmatici), poi aggiunge: ma un libro non lo si può fare, la partita con la metafora non la si può chiudere, ed è infine un bene (conviene...) che resti aperta. (Sul senso di questa convenienza, si potrà tornare) 4. Secondo una certa idea di filosofia (all’ingrosso: un’idea platonica: più nel senso del platonismo che di Platone – aggiungo io) vi è un buono e un cattivo uso della metafora in filosofia. Ma perché si possa distinguere buono e cattivo uso, occorre che la filosofia disponga di un’istanza sopraordinata alla metafora, che appunto ne regoli l’uso. Il che non è (e Derrida ce lo dovrà mostrare). Meglio parlare allora di usura, a condizione però di non supporre che l’usura intervenga in un secondo tempo, a rovinare (usurare, appunto) l’uso naturale. Saremmo ancora in pieno platonismo. Derrida vuol mostrarci anche questo: non c’è un primo tempo in cui le parole sono intatte, e un secondo tempo in cui vengono usurate. L’usura è originaria (come altrove Derrida dirà della traccia): “L’usura non viene ad aggiungersi...” (275; altrove Derrida dirà, con forza ancora maggiore; il supplemento è originario). C’è un passaggio su cui Marcello chiedeva spiegazioni: “Come rendere ciò sensibile, se non attraverso metafora?”. Io proporrei la seguente ‘spiegazione’ (un po’ più larga del testo): il ‘ciò’ che deve essere reso sensibile è proprio l’originarietà dell’usura, il fatto che non si venga ad aggiungere, ecc. Potremmo dire anche, e semplicemente: la metafora filosofica, intendendo con ciò non: la metafora in filosofia, ma l’indistricabilità in linea di principio di buono e cattivo uso, di metafora e concetto, di proprio e improprio, ecc. È chiaro peraltro che, questa essendo la tesi, essa non può essere propriamente detta. Non si può parlare propriamente dell’improprietà. Di qui la metaforizzazione che incombe sulle nostre stesse parole, anzi: che gioca con le nostre stesse parole e da cui siamo noi stessi giocati. Ma questo motivo ‘esplode’ solo sul finire del saggio, mi pare, e perciò lascerei andare la cosa, qui. Per riprenderla subito dopo, con Alderano. Il quale dice appunto (se ben intendo): il linguaggio ha natura metaforica, produzione di figure. E fin qui, è semplice. Ma non disponiamo di un punto di osservazione privilegiato da cui assistere allo zampillìo originario delle metafore. Questa stessa idea di una natura metaforica del linguaggio va dunque essa stesa ‘metaforizzata’. (io direi, ma forse siamo d’accordo: non che ‘va’ metaforizzata, ma che viene metaforizzata dallo stesso Derrida, e anzi: si metaforizza da sé. E ciò direi conformemente a quanto Derrida dice altrove – non io decostruisco, ma la decostruzione avviene). Preoccupato però dalla piega esoterica di queste considerazioni, ripiego e mi riaccuccio all’ombra dei post di Vue (il secondo) e Tez (il secondo). La loro esposizione mi pare riuscita, salvo minimi particolari che trascuro. (Pregherei anzi anche gli altri partecipanti al seminario (se loro va) di intervenire anche solo per dire: ok). Vengo invece al primo post di Tez. Dove sono poste domande legittime, ma più avanzate rispetto alla porzione di testo che stiamo leggendo. Bene tenerle a mente, magari svilupparle, ma non dare risposta. Per dirla in breve: in questo esergo, Derrida si limita in fondo a seminar dubbi su una lettura troppo facile dei termini della questione: di là il concetto, di qua la metafora; di là la metafisica, di qua la fisica, ecc. Sicché proposizioni come: di là la realtà, di qua la metafisica devono per ora essere messe tra parentesi, mi pare. Lo stesso dicasi per la questione del ‘farla finita’, che viene qui posta troppo presto (a proposito della filosofia, e dello stesso sbarazzarsi della metafora, di cui nulla sappiamo e di cui si può temere anzi che proprio non si tratti). Un’osservazione generale sulle domande di Tez: esse sono tutte orientate a decidere una questione, di cui in fondo Derrida si appresta a mostrare l’indecidibilità e l’intima aporeticità. (Il che, è ovvio, può non piacere). È legittimo che ciò procuri l’impressione di circolarità. Poiché però può darsi, per dirla cn Heidegger, che si tratti di stare nel circolo nel modo giusto, anche in questo caso aspettiamo. Primo post di Vue: sommesso superamento del platonismo. D’accordo. D’accordo pure sul sommesso, sull’idea del clivage, dello smottamento. Però annoto: usura del soprasensibile è essa stessa un’espressione metaforica (peraltro felice); meno felice mi pare, nel seguito, l’idea dell’originale, e dell’interpretazione che lo trasforma. Fra l’altro, terrei molto saldamente fermi i piedi (ed il punto mi pare decisivo) sul terreno che Derrida ha qui scelto. non testi e interpretazioni, ma ‘cose sensibili’, (eventualmente ‘percetti’) e ‘parole intellegibili’. La vera partita si gioca su questo terreno. Nei commenti al post, Marcello mostra di considerare abbastanza pacifico che le idee platoniche (i concetti eterni) non se le beve più nessuno. D’accordo, se può servire. Ma il punto vero sono le ‘cose’ sensibili, piene e intatte: e queste se le bevono, ce le beviamo in molti (e chissà che non se le beva anche Derrida, ma questo altrove). Platonismo non è solo la tesi che vi siano le ‘idee’ (scusate la fretta dell’esposizione), ma altrettanto è anche più che vi sono le cose ‘là fuori’. E qui si può dare battaglia. (E qui aspetto che qualche partecipante al seminario la dia). E qui sta la ragione per cui ci siamo messi a leggere Derrida, per vedere se l’accusa di verbalismo (di nuovo: vado di fretta), sia meritata oppure no. (Ne approfitto per aggiungere che il nominalismo sta tutto dentro il platonismo: basta leggere il Cratilo. Se infatti abbiamo le idee fisse e ferme, che importano le parole? Cambino pure, restano ferme le idee). Ecco: è tutto. . . . . |