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:: La mitologia bianca. La metafora
nel testo filosofico :: « Hébert ne commençait jamais un numéro du Père Duchêne sans y mettre quelques “foutre” et quelques “bougre”. Ces grossièretés ne signifiaient rien, mais elles signalaient. Quoi ? Toute une situation révolutionnaire. Voilà donc l’exemple d’une écriture dont la fonction n’est plus seulement de communiquer ou d’exprimer, mais d’imposer un au-delà du langage qui est à la fois l’Histoire et le parti qu’on y prend. » Roland Barthes, Le degré zéro de l’écriture, 1953. Quello che Barthes scriveva su Hébert (Barthes che fu uno dei protagonisti degli anni di cui parliamo), lo dobbiamo tener in mente oggi a proposito di Derrida : “Ecco dunque l’esempio di una scrittura la cui funzione non è più soltanto di comunicare o di esprimere, ma di imporre un aldilà del linguaggio, un aldilà che è insieme la Storia e, nella Storia, il partito che si sceglie.” Il Derrida del 1970. Per cominciare. Si prende il saggio e si trascrive la bibliografia, presente nelle note. Derrida non citava mai a caso, allora (non che lo abbia fatto in seguito, ma si è sentito più libero di citare chi gli pareva e piaceva), perché alla fine degli anni Sessanta, si stava conquistando e assicurando un posto nel campo degli intellettuali eccellenti. Citazioni e riferimenti abbondantissimi, dunque, che aiutano a comprendere il progetto e l’intento. Innanzitutto, dove viene pubblicato? In Poétique : una rivista nata da pochissimo, abbinata a una collana presso un editore prestigioso (Seuil, dove infatti Derrida pubblicherà), di stampo prettamente letterario (né linguistico, né tantomeno filosofico). “Rivista francese di teoria e di analisi letterarie creata nel 1970 da Gérard Genette e Tzvetan Todorov”, così viene descritta. Il tema del n. 5 era proprio : Retorica e filosofia (e Genette e Todorov si beccano una citazione a testa nel saggio). Bisogna tenere in mente anche due o tre piccoli “indizi” : Nel 1969, era uscita a Parigi la traduzione della Linguistica cartesiana di Noam Chomski (riscoperta della linguistica storica). La rivista più in vista, Tel Quel (titolo tratto da Valéry), era marxista-leninista, tendenza cinese. Julia Kristeva (la moglie di Philippe Sollers, il direttore di Tel Quel) stava scrivendo La révolution poétique du langage, un tomone su Mallarmé. Da cui si può desumere che troveremo, oltre a filosofia e retorica, le seguenti sezioni bibliografiche nel saggio di Derrida Il vezzo sta nel citare i fondatori, e con noncurante salto temporale, l’interprete moderno francese che ne diffonde la lettera, rinnovandone il contenuto (Lacan e Althusser sono perfetti, da questo punto di vista). Infine, le giovani speranze : Genette, appunto (che scriverà un libro sulle “Soglie” dei libri, eserghi e altro), Todorov, allora narratologo, e Goux che lavora sull’economia tentando una “articolazione” con il freudismo e, nel ’73, pubblica un saggio intitolato, per l’appunto, Economia e simbolico. Insomma, Derrida mette una facilità di scrittura e una erudizione fondata in studi tradizionali al servizio di una strategia di piazzamento sul mercato, il quale si è insperatamente aperto negli anni Sessanta. Una valutazione realistica dello stato del campo intellettuale e accademico in quegli anni è ineludibile, perché Derrida non è Platone, e nemmeno Heidegger. Il suo discorso è profondamente immerso nell’air du temps. La pretesa di dire la sua su tutto lo scibile era tipica di quegli anni. I suoi riferimenti politici fanno ridere oggi (chi citerebbe ancora Lenin e Althusser come quell’ingenuità?). L’andamento della linguistica gli ha dato torto (anche se “metaforicamente” poteva avere ragione). Infine, ci sarebbe qualcosa da dire sulla scelta del testo commentato, Le Jardin d’Epicure di Anatole France. Anatole France, adorato da Proust (era il modello di Bergotte nella Ricerca del tempo perduto), odiato e insultato dai surrealisti come scrittore mondano, amico dei simbolisti (con i quali condivide l’ossessione del tema floreale), frequentatore di salotti aristocratici, non era certo un filosofo. Partire da un suo testo minore, poco più di un divertissement, non può che essere una scelta, nel 1970, diciamo così, “sfottente”, ironica, un vero e proprio “prestesto” giocoso. Di questo gioco un po’ beffardo, la punta è la definizione che Derrida fornisce del sofista nella nota 52, definizione che viene fatta a sua immagine e somiglianza : “Il sofista manipola dei segni vuoti e trae i suoi effetti dalla contingenza dei significanti (donde il suo gusto per l’equivocità e innanzitutto per l’omonimia, l’identità ingannevole dei significanti)”. nota : ehm, scusate, questo post è un po’ fuori posto (senza gioco di parole), ma non ho fatto in tempo a inserirlo prima. . . . . |