Blog Seminario su Jacques Derrida


 

:: La mitologia bianca. La metafora nel testo filosofico ::
in Jacques Derrida, Margini della filosofia, tr. it. di M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997


2. (Niente) più metafora | commenti (4)
postato da Tez, mercoledì, 17 novembre 2004

2. (Niente) più metafora

Se l'esergo è cancellato (cancellata la connessione con il senso originario) come decifrare la metafora? Qui si ha, dice Derrida, un'impossibilità di fatto: una metaforologia potrebbe (dovrebbe) giungere a tropi fondamentali, fondatori, che non si lascerebbero dominare dal discorso. Siamo in presenza di una petizione di principio: si pretende di dominare questi tropi fondamentali mediante quel discorso (metafisico) che essi hanno generato. Nel caso del sistema di tutte le metafore possibili (una tassonomia perfetta) rimarrebbe fuori, scrive Derrida, quella senza la quale non si sarebbe costruito il concetto di metafora. In virtù di questa eccedenza, o supplementarità tropica, alla tassonomia i conti non tornerebbero mai. Vedremo come questo succeda.

Derrida immagina anzitutto il percorso di una tale tassonomia:
a) dovrebbe darsi una definizione rigorosa di "metafora";
b) si dovrebbero individuare nel discorso filosofico le metafore allogene, cioè significati letterali che divengono metaforici una volta inclusi nel discorso filosofico;
c) si dovrebbero poi classificare i luoghi di provenienza di tali significati; si avrebbero così metafore biologiche, organiche ecc.
d) una volta classificate le aree di origine, si devono ricondurre i discorsi che danno in prestito e quelli che prendono in prestito a due tipi fondamentali: quelli più originari e quelli, per così dire, derivati (il cui oggetto non è più primitivo). Il primo gruppo fornisce metafore animali, fisiche, biologiche (physis), il secondo metafore tecniche, sociali, culturali (techne), dando vita alla tacita opposizione che opera ovunque.

Se si prova a derogare da questa classificazione si va incontro all'errore di Louis (ma ciò non toglie che qualsiasi classificazione sia di per sé fallace), che non si basa sul modello della migrazione ma su quello dell'organizzazione interna delle metafore. Sembra che tutta la ricerca avverrà all'interno del testo, un sistema chiuso in cui i parametri sono l'intenzione dell'autore, il senso, la verità espressa. Secondo Derrida, Louis non prende però in esame le metafore (di Platone) bensì le idee filosofiche, relegando le metafore al ruolo di ornamento pedagogico (proprio il contrario di quel che Louis sostiene).

Louis raduna le metafore secondo le idee che esprimono, individuando una metafora dominante nel discorso. La sua dichiarazione di intenti vuole evitare che la metafora divenga ornamento retorico come nella poesia (?), dunque propone una classifica della metafora quale veicolo espressivo dell'idea. Ora, stringe Derrida, il punto è proprio nel fatto che la metafora viene incaricata di esprimere un'idea, di metter fuori o rappresentare il contenuto di un pensiero che viene chiamato con naturalezza "idea". Ma ciascuno di questi termini ha tutta una sua storia (non si tratta di termini scesi dal cielo col loro contenuto di certezza già acquisito da sempre e indipendentemente dall'uomo). Ecco dunque che la classificazione delle idee metaforiche operata da Louis soffre di una carente indagine sui propri presupposti metodologici (laddove per Derrida una simile classificazione sarebbe forse giustificabile in base a un calcolo cosciente, cioè al prender per buoni dei fondamenti al fine di articolare una teoria).

Un'indagine sui presupposti: sono metaforici, resistono a ogni meta-metaforica, i valori di concetto, di fondazione, di teoria. Il fondamentale, ad esempio, desidera un suolo fermo a sostegno di una struttura artificiale, di una teoria; il concetto ha in sé lo schema della mano che afferra e tiene un insieme come un oggetto. Interessante piuttosto il limite imposto da questi termini a una meta-metaforica, come se oltre essi ci fosse il vuoto; tanto da doverli prendere, all'interno della nostra cultura, come dati di fatto (l'ultimo Wittgenstein), senza i quali l'intero sistema culturale crollerebbe (o diverrebbe indicibile).

Anche per Hegel la metafora sorge dal fatto che una parola che all'inizio indica solo qualcosa del tutto sensibile, viene estesa al campo spirituale. In fondo è il tragitto prospettato con Polifilo, perché il lato metaforico sparisce via via nell'uso e la parola indica di nuovo un senso proprio astratto. Per Derrida, questo movimento della  metaforizzazione originale (nascita e morte della metafora, cioè passaggio dal senso proprio sensibile a quello spirituale, astratto) è un movimento di idealizzazione, proprio dell'idealismo dialettico che si nutre dell'opposizione natura/spirito, natura/libertà, sensibile/spirituale. (in nota Heidegger:  l'aver stabilito questa scissione tra sensibile e non sensibile (...) è un tratto fondamentale di ciò che chiamiamo metafisica e che determina in modo decisivo il pensiero occidentale).

Derrida: supponiamo che queste opposizioni siano valide al fine di stabilire una classificazione delle metafore filosofiche. Se classifichiamo le metafore di origine naturale, arriviamo subito alla mitologia dei quattro elementi. Oltre questa prima classificazione, sarebbe inevitabile aggiungere le regioni della sensibilità, capaci di produrre contenuti metaforici utilizzabili nell'ambito filosofico (metafore visive, tattili ecc.). Da questo ambito rimane esclusa la matematica, che non fornisce metafore sensibili.

A un'estetica si arriva naturalmente nel tentativo di analizzare questi contenuti sensibili secondo i concetti classici di metafora visiva, tattile, uditiva. A questa estetica dei contenuti sensibili delle metafore deve corrispondere un'estetica trascendentale delle metafore, quindi spazio e tempo. Ma spazio e tempo costituiscono un'opposizione.

Nietzsche: ogni fonia è metaforica, in quanto trasporta l'eterogeneo nel tempo lineare del discorso. Ma il metaforico è anche (e al contrario) spazializzante, in quanto consente di immaginare, vedere, toccare. Ma prima, se non chiariamo cosa siano spazio e tempo come possiamo parlare di temporalizzazione o spazializzazione?

L'opposizione tra senso (significato non temporale e non spaziale) e significante metaforico è sedimentata, permettendoci di chiamare "senso" ciò che è estraneo ai sensi, eppure solido e fondante (il terreno trascendente sul quale poggerebbe il metaforico).

La tassonomia metaforica dà quindi per scontate molte presupposizioni e lascia molti problemi irrisolti, derivando da quel discorso che pretenderebbe di dominare, sia che si riferisca alla coscienza del filosofo, alla struttura della sua opera o ad altro.

Derrida: è impossibile domandare la metaforica dall'esterno (quando tale discorso si basi su un insufficiente concetto di metafora); la filosofia non può controllare la propria metaforica. Questo perché a) il filosofo troverà nel proprio discorso solo ciò che egli vi ha messo; b) la nascita delle opposizioni (sensibile/intelligibile, spazio tempo ecc.) è interna essa stessa a un movimento tropico (metaforico).

Ignorare la possibilità di queste opposizioni equivale ad accettare e presupporre definitivamente che vi sia un'essenza, un senso (non sensibile) traslato a noi appunto dalla metafora (o un tropo in genere).

La tesi della filosofia (la ricerca del senso) sarebbe dunque costruita su questa opposizione tra essenza e metafora. Quale disciplina potrebbe dominare questa origine? Qui Derrida accenna alla legge della supplementarità. Da quel che ho potuto capire (altrove), è una legge, tutta derridiana, che regola il rapporto che lega una descrizione, una teoria, alla scrittura; un rapporto di reciprocità dove la scrittura ha già in sé la struttura del proprio snodarsi in teoria.

imho: Così, a naso, sembra che la scrittura fondata sull'opposizione originaria sia gettare semiosi che torna intrisa di una teoria perché ha già in sé la forma, la possibilità del proprio farsi tale. Ma questo vuol dire che raccogliamo col linguaggio solo ciò che abbiamo già coltivato, predisposto? E se fosse vero, allora si spiegherebbe così il nostro perenne fallimento nel tentativo di trovare una spiegazione ultima (non possiamo dire ciò che non si può pensare) in quanto il linguaggio stesso si fonda su una circolarità ineludibile. 





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