Blog Seminario su Jacques Derrida


 

:: La mitologia bianca. La metafora nel testo filosofico ::
in Jacques Derrida, Margini della filosofia, tr. it. di M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997


Appunti sul terzo paragrafo | commenti (2)
postato da Tez, giovedì, 02 dicembre 2004

3. L'ellissi del sole: l'enigma, l'incomprensibile, l'inafferrabile

Nel paragrafo precedente Derrida ricorda, tra l'altro, come all'origine delle opposizioni (senso/significante metaforico; spazio-tempo; concetto-dato sensibile; essenza-accidente; pensiero-linguaggio) vi sia l'assunzione di un "essere", di un'essenza indipendente dalla metafora. Questa dell'in sé, del trascendente, è in fondo la tesi fondamentale della filosofia.

Tale essenza non può ovviamente essere padroneggiata come una cosa posta di fronte a noi (qualcosa di simile all'essere parmenideo). Non può comunque rientrare né in una retorica né in una metafilosofia (citato Bachelard di cui non so nulla), a causa del fatto che in esse si pone come dato proprio ciò che è da dare.

Compiere un misfatto inconsapevolmente. L'irrazionale sta nell'inconsapevole, fuori dal fatto, fuori da ciò di cui si tratta, ciò che è presente, attuale. Alludere a qualcosa come un'origine nascosta è un misfatto?

Perché la retorica non è adatta a determinare questa essenza (ciò di cui la metafora narra)? Quando la retorica definisce la metafora, può farlo all'interno di una rete concettuale nella quale la stessa filosofia si è costituita (in fondo l'idea di Putnam). Ora, se tale rete concettuale ha origini metaforiche (c0me nel caso di "concetto", "senso") allora il definito (la metafora) è già implicato nella definizione.

Derrida: non si presuppone alcuna continuità nella tradizione retorica, ma neppure si tralasceranno le costruzioni più durature. Che criterio è questo? Sospettoso ma anche rispettoso. C'è una retorica dietro ogni discorso sulla metafora.

Comincia il confronto con la concezione aristotelica, Poetica, 1457 b. Aristotele non ha inventato né parola né concetto di metafora, ma ne ha proposto la sistemazione più utilizzata storicamente.
Studio del terreno sul quale la definizione aristotelica è cresciuta.
Controllo del testo che su tale terreno deve essere scritto.
Qui non un commento al testo aristotelico, ma un'analisi, un'interpretazione attiva.

Aristotele: la metafora è il trasporto ad una cosa di un nome che ne designa un'altra. Trasporto dal genere alla specie, o dalla specie al genere, o dalla specie alla specie o secondo il rapporto di analogia.
Questa è la definizione più esplicita della metafora, analizzabile quale tesi metaforica e filosofica.
( Aristotele è il primo a considerare la metafora come la forma generale di tutte le figure retoriche).

I luoghi della metafora in Aristotele: Poetica e III Libro della Retorica.

Della dianoia (pensiero) tratta la Retorica; essa non è manifesta in sé, ma attraverso l'atto di parola (lexis); in questo consiste l'essenza della tragedia e la sua attività. E' nel divario tra dianoia e lexis che nasce la condizione di possibilità della tragedia: il pensiero del personaggio non può essere manifesto in quanto deriva dal linguaggio. Noi non solo dobbiamo poter dire altro da ciò che pensiamo, ma esistiamo quali personaggi tragici proprio perché parliamo. C'è tragedia in quanto c'è uno scarto, il quale si manifesta sotto forma di metafora (ma qui, allora, Aristotele insinua che il pensiero è in sé indicibile, e si manifesta tragicamente e unicamente quale metafora di se stesso?).

Se il linguaggio non è manifesto in sé, c'è metafora. La metafora esiste in quanto si suppone che qualcuno manifesti con un'enunciazione un dato pensiero che in se stesso resta non apparente, nascosto o latente. La metafora è un avvenimento del pensiero che cerca di dirsi, di portarsi alla luce della lingua. Ma la teoria della metafora non era, all'inverso, una teoria del senso originario, della naturalità? La metafora non si saldava a un perno originario stabilito tra un nome e una cosa sensibile, empirica?

Nella Poetica Aristotele lascia da parte la dianoia (assegnata alla Retorica). Nella Poetica definisce le parti della lexis, tra cui il nome (onoma) ed è in questo punto che tratta della metafora. Onoma, il nome, è intelligibile di per sé stesso (ha immediato rapporto con un'unità di senso). Il campo dell'onoma (e della metafora quale veicolo di un nome) è relativo a ciò che può essere nominalizzato, ovvero ciò che pretende di possedere un significato completo e indipendente (metafora come trasporto di categoremi, Husserl??). La tesi sempre presente: la metafora trae origini da nomi di oggetti sensibili.

Derrida: la vera metafora si mantiene nei limiti del nome aristotelico. Cosa è il nome per Aristotele? E' la prima unità semantica, il più piccolo elemento significante. Prima di definire il nome, Aristotele enumera le parti della lexis: la lettera è un elemento fonico, atomo di voce e non forma grafica. La lettera non ha senso ma deve poter entrare naturalmente nella composizione di un'unità di senso, tra cui un nome. La lettera è un suono inserito nel linguaggio.

Il proprio dei nomi è di significare qualcosa. Solo all'interno di una struttura che abbia un senso e un riferimento (cioè la possibilità di significare qualcosa per mezzo di un nome) si può distinguere tra lettera e suono non inseribile nel linguaggio (tipo il grido di un animale).

Il nome, come ciò che significa qualcosa come un ente a sé stante, s'intreccia con l'ontologia, con l'articolazione metafisica del mondo aristotelico, diviso secondo generi e specie.

Per costruire una buona metafora occorre riconoscere il simile, si deve esser capaci di mimesis. La condizione della metafora è anche condizione della verità: vi deve essere anticipatamente o la realtà oppure la credenza in una consistenza, una coerenza, una regolarità del mondo, una costanza del riferimento.

La mimesis è un movimento naturale in quanto coglie somiglianze (imita) una struttura fondamentale che si tiene su una coerenza di fondo, quella che consente appunto che vi sia qualcosa di simile (anche se ciò potrebbe benissimo avvenire a livello soggettivo). Il potere di verità come svelamento della natura (physis) per mezzo della mimesis, è congenito alla fisica dell'uomo.

Per Aristotele la poesia nasce, così come la metafora, da due cause naturali: imitare è naturale, l'imitazione è il proprio dell'uomo, il quale grazie alla sua capacità innata di imitare differisce dagli animali. Il piacere naturale dato dall'imitazione è la seconda causa.

Linguaggio-lexis, imitazione-mimeis, pertanto la metafora, sono vere in quanto e solo in quanto trovano il loro perno e condizione di possibilità nel mondo di cose cui corrispondono nomi. La metafora, per effetto di mimesis e homoiosis, manifestazione dell'analogia, sarà dunque un mezzo di conoscenza. Il che vuol dire: il nome significa all'interno di un campo concettuale che assegni al nome un ente autonomo, coerente con se stesso, perdurante nel tempo ed esteso nello spazio. La mimesis coglie somiglianze tra questi enti che compongono un insieme organizzato come una molteplicità di generi che si tiene ed è analizzabile in base a un unico punto di vista; la mimesis non può dissociarsi dalla percezione teorica della somiglianza; sulla base di questa somiglianza scorta tra cose, sopraggiunge la metafora che si incarica di indicare nuovi rapporti tra generi e specie e fenomeni, sotto forma di riferimento opaco.
Infatti la metafora (...) deve lavorare al servizio della verità, ma il padrone non può contentarsi di lei e deve preferire il discorso della verità piena. Il discorso della verità piena è quello del riferimento diretto tra nome e cosa.

Il piacere (seconda causa naturale): ciò che ci apporta conoscenza ci procura piacere. Una metafora che riesca a cogliere lontane somiglianze è associata da Aristotele al valore di energeia.

Il punto è che la somiglianza presentata dalla metafora non è un'identità. La mimesis metaforica procura piacere mostrando ciò che non si può dire in un suo doppio. Il mimema non è né la cosa stessa né qualcosa d'interamente altro.
La metafora apre dunque una frattura nel campo semantico, invece di designare la cosa che il nome indica, porta altrove e apre la significazione a nuove possibilità.

Derrida sostiene che in un referenzialismo perfetto il linguaggio finirebbe col cancellarsi, non avendo più alcuna possibilità dinanzi alla cosa stessa. Prendendo per buona questa ipotesi, allora la lexis avviene quando ancora la verità - intesa come corrispondenza tra nome e cosa - non si è ancora manifestata nella sua pienezza. Questo è il luogo della metafora, in una natura ancora velata. L'assenza di verità della metafora dipende quindi da un'assenza determinata della cosa stessa.

Per Aristotele, vi sono 4 tipi di metafora:

  1. trasporto dal genere alla specie: l'esempio è "fermare la nave" anziché "ancorare" (dove fermare=genere e ancorare=specie);
  2. trasporto dalla specie al genere: esempio "Ulisse ha compiuto migliaia di gesta" dove "migliaia" è una specie della molteplicità;
  3. trasporto dalla specie alla specie: "estinguere una vita" anziché "togliere" (estinguere=specie; togliere=genere);
  4. L'analogia: date due coppie di termini, il 4° va al posto del 2° e viceversa: "la coppa sta a Dioniso come lo scudo sta ad Ares" creano le metafore per analogia "la coppa di Ares" e "lo scudo di Dioniso".

Per Aristotele l'analogia è la metafora per eccellenza, in quanto innesta la metaforologia nella sua teoria dell'essere (?).
Nell'esempio tutti e 4 i termini sono noti; ma quando il 4° termine non è noto? Aristotele dice: occorre inventarlo e illustra questa soluzione con l'esempio del sole. L'analogia sarebbe "seme:seminare=sole:x", da cui la metafora "seminare la luce". Come si è giunti a cogliere una somiglianza tra la semina e la diffusione dei raggi? congiungere insieme, pur dicendo ciò che è, dei termini inconciliabili. I termini in questione (raggi, sole, semi, semina) non sono in sé tropi; la metafora consiste nella sostituzione di nomi propri, cioè nomi che hanno un referente unico, fisso.
Il nome proprio qui è il primo motore non metaforico della metafora, il padre di tutte le figure.

Aristotele accenna però a una lexis che sarebbe completamente metaforica, non rinviando ad alcun contenuto sensibile, o meglio negando tale contenuto e riferendosi ad altra metafora, come in "coppa senza vino" al posto di "coppa di Ares". Tale procedimento mette in imbarazzo Aristotele perché può dilungarsi all'infinito senza alcuna speranza certa di tornare a un nome proprio. Se in un'analogia tutti i termini sono metaforici, la fonte di verità diviene occulta. In Coppa senza vino vi è la sottrazione di note intensive, metafora negativa in cui non viene nominato in modo proprio alcun riferimento e niente ci assicura che ci ricondurrà al nome proprio. Sembra qui che la metafora possa sgorgare da sé, senza radicarsi in un nome proprio.

Il sole può seminare perché il suo nome è inscritto in un sistema di relazioni che lo costituisce. In un linguaggio, diremmo oggi.

Se la mimesis, quale percezione di una somiglianza naturale, nutre la metafora, allora quest'ultima è ritorno alla natura (disegnata in articolazioni che la rendono organica e legiferabile nei suoi fondamenti). La physis si dà nella metafora. Ecco perché la metafora è un dono naturale, che appartiene agli uomini in proporzione al loro genio. Genio è colui il quale sa trovare somiglianze nascoste. Ma dove si ferma il potere di sostituire? Qual è il limite? E' possibile che una metafora si basi solo su metafore, all'infinito? Sul margine di tale abisso Aristotele si deve fermare.














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