Blog Seminario su Jacques Derrida


 

:: La mitologia bianca. La metafora nel testo filosofico ::
in Jacques Derrida, Margini della filosofia, tr. it. di M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997


Luce su luce. | commenti (4)
postato da alderano, sabato, 06 novembre 2004

Tentavo di indicare il movimento stesso del gesto derridiano, del suo discorso. (Col risultato, forse, di metaforizzare la sua metafora- metafora di terzo grado). Ché il primo periodo – nella sua oscurità (e nel venire alla luce) – ha il senso, credo, di aprire la strada, di mostrare il movimento stesso del linguaggio, di svelarne la natura. La sua natura, appunto, metaforica.

φύω– da cui: φύσις - significa: venire alla luce, designando il movimento naturale di crescita della pianta. La fisica è la scienza della natura. Ovvero scienza di un processo, di un divenire. Un di-venire alla luce. (Il pro e il di fanno segno a un’origine - anche il pro: penso a Plotino -, che per adesso va lasciata in sospeso: è la presunta trasparenza originaria che Derrida, nella pagine a venire, metterà in questione. Parentesi nella parentesi: non ho ancora letto il saggio, voglio leggerlo passo passo, - per non tradire il mio tradimento – passami l’espressione). Questo divenire è produzione di figure: la metafora dell’incisione la leggo così: si incide una forma, o la si intaglia, e il senso sta in quella forma – che soggiace ad usura (ancora: la questione in sospeso è l’origine: la figura originaria, ovvero lo scarto). Le figure prodotte sono appunto il mobile esercito di metafore che costituisce la forza d’urto del linguaggio. La lingua esposta, dunque, in quanto Derrida ci sta dicendo: intendo esporre la natura della lingua. Il suo valore d’usura.

Quanto a me, ho capito questo per adesso.

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Uso e Usura (b3) | commenti (4)
postato da violentunknownevent, sabato, 06 novembre 2004

"Ascoltate come suona bene: quasi lo stesso suono delle altre. Si potrebbe giurare che è d'oro. Ci sono cascato io stesso stamane, come ci cascò prima di me il droghiere che me l'ha rifilata. Non ha esattamente il giusto peso, credo: ma scintilla e suona come una vera moneta; è rivestita d'oro, cosicché vale qualcosa più di due soldi - ma è in cristallo. L'usura la renderà trasparente. Non la strofinate; me la rovinereste. Già si vede quasi attraverso."
André Gide, Les faux-monnayeurs.

Non c'è uso senza usura. Questa banale considerazione ha forse reso necessario il platonismo: oltre il mondo delle cose che si usurano, le idee (che pure usiamo) restano intatte. Non ci sarebbe scambio economico se l'usura potesse mutare il valore della moneta; nello stesso modo la conoscenza ha bisogno di oggetti cristallizzati, la comunicazione della certezza di un linguaggio stabile. Ovviamente non è così: il valore delle monete si usura, è l'inflazione. E se inoltre si usurassero anche le idee, i concetti, le metafore, il linguaggio? E se proprio in questo si svolgesse il pensiero filosofico? Le prime frasi del testo di Derrida suggeriscono un sommesso superamento del platonismo. Sommesso quanto blasfemo: l'idea di un'usura del sovrasensibile.

Ma l'usura stessa è termine usurato (ogni termine, ovviamente, lo è). Nel senso di deterioramento deriva - metaforicamente - dallo strozzinaggio: l'usura in latino (dal supino uti) era l'interesse generato da una somma di denaro prestata. Di nuovo il denaro, la moneta, somma metafora del linguaggio. E due sensi contraddittori, rispettive metafore l'uno dell'altro: l'usura come guadagno, l'usura come perdita. Contraddizione poco calzante sul piano finanziario, e molto su quello dei concetti. L'usura della metafora è perdita di sensi, compensata dal guadagno di altri (ma a ben strofinare, notate, "si vede quasi attraverso" l'intera storia dei sensi perduti). Un'interpretazione, una traduzione, usura l'originale: finché di questo non rimane nulla, o piuttosto rimane altro. Scrive Gadamer in Verità e metodo: "Se nella traduzione vogliamo far risaltare un aspetto dell’originale che a noi appare importante, ciò può accadere solo, talvolta, a patto di lasciare in secondo piano o addirittura eliminare altri aspetti pure presenti"[1]. L'usura è il movimento della produzione di significato: strofinata con dedizione, la moneta cambia valore, cambia senso. In questo senso l'usura sarebbe propriamente l'interesse semantico generato dall'investimento dei concetti. Alcuni direbbero che sono sempre le monete che circolano: ma che importa se l'usura le rinnova continuamente?

[1] H. G. Gadamer, Verità e metodo, tr. it. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1983, p. 351.


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La prima parte dell'Esergo dissanguata | commenti (1)
postato da marcellodibello, sabato, 06 novembre 2004

Ho gia' detto qualcosa nelle risposte ai post precedenti. Ripeto qui: la prima parte dell'Esergo (pp. 275-76, ed. Einaudi) mi rimane pressoche' incomprensibile. Aiutatemi! Elenco, seguendo pedissequamente i paragragfi del testo, alcuni nodi.

1. Dalla filosofia (alla?) retorica. Da un volume (ad?) un fiore. Filosofia sta a retorica come volume sta a fiore? E allora? Poi: il fiore che si allontana da se' e lascia un'incisione? Il lapidario? Ma che diamine sta dicendo????

2. Da la metafora nel (nel senso di inclusa, come fosse sottoinsieme?) testo filosofico a la metafora come coessenziale al testo-lingua filosofico. Giusto? E' per questo che la certezza va ben presto perduta? Di quale certezza stiamo parlando, della certezza di intendere ogni parola dell'enunciato (che non è un enunciato!) "La metafora nel testo filosofico"? E allora?

3. Perche cio' (che cosa?non capisco!) richiede un libro? (Il libro e' conesso al volume di cui al punto 1?) Perche' invece del libro un capitolo? E' lecita questa proporzione: libro sta a capitolo come uso (della filosofia) sta a usura (di che? delle filosofia, della metafora?)? Se cosi', che cosa significa?

4. Rendere cio' (daccapo, che cosa?, diamine!) sensibile, questo sarebbe il compito. Attraverso la metafora dell'usura. E allora?

5. Metafora dell'usura della metafora? Cosa???? Qualcuno me lo spiega. Ma con precisione! Voglio i punti, voglio le connessioni logiche o analogiche o come volete voi! Tutte! Non accetto derridismi!

Conclusione. La confusione che ho e' la stessa di quando ho provato a studiare Teoria della ricorsivita'. Come ho gia' detto in una risposta, forse non capisco Derrida perche' non capisco le funzioni ricorsive. Quindi: derridismo=ricorsivismo?

Aggiunta. La parte che rimane dell'Eserego, nella quale Derrida cita, commenta e crica A. France, Il giardino di Epicuro, mi e' molto piu' chiara, direi quasi cristallina. La lascio per un prossimo post. Per ora vorrei sbrogliare i nodi di questa primissima parte.

ps. Per la mia identita' preciso che Marcello, marcellodibello, panoptikon, liberalismus, sono sempre io. Faccio un po' di casino. Mi henologizzero' tra un po!

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Non sparate al pianista (che sarei io) | commenti (1)
postato da Tez, sabato, 06 novembre 2004

La metafora sembra coinvolgere nella sua totalità l'uso della lingua filosofica

Un primo tentativo di elementare comprensione dell'esergo (la porzione di testo trascitta sotto da VUE)

Il mio metodo è di sopravvivenza darwiniana nel testo filosofico, costruisco unità atomiche di senso che cerco di utilizzare come guida sperando siano abbastanza forti da sopravvivere (ma il darwinismo è una mitologia metaforica!), anche se nel caso di Derrida sembra si debba fare il contrario, cioè lasciare che il testo si apra da sé. Ma da dove devo partire? Dai suoi effetti su di me? Dai suoi effetti sul mondo? Questo semmai dopo.

alcuni punti iniziali di domanda (tentativo di ermeneutica)

  • se la metafora è riferimento, allusione, richiamo, addirittura conoscenza rivolta a qualcosa di già presupposto in modo trascendente, essa ha un piede nella metafisica e l'altro nella realtà costruita in base a tale metafisica (il problema della mitologia)? Ovvero, i termini (ad esempio usura e filosofia) di cui si compone la metafora, sono per propria natura già metafisici?
  • Se voglio farla finita con la metafisica, devo dunque farla finita anche con la metafora che presuppone un'analogia strutturale tra gli enti metafisicamente stabiliti del mondo (la posizione aristotelica)?
  • Se il linguaggio è nella sua propria natura metaforico (inventivo), allora anche la filosofia in quanto linguaggio soffre questo limite;
  • Ma se la metafisica muore, muore anche il metaforico in filosofia? Dunque muore anche la filosofia?
  • Se occorre sbarazzarsi della metafora, è perché: 1) il linguaggio della filosofia moderna è morto in sé; 2) l'intero linguaggio (come traccia globale del mondo) nasce morto, o meglio banale (semplice esposizione del già risaputo).
  • Oppure: 3) è possibile riformare il linguaggio filosofico privandolo della metafora? della metafisica, delle mitologie?
  • al contrario: la salvezza del linguaggio sta unicamente nella metafora?

Le questione elementare: come mi racconto questo testo? Appunti:

Derrida apre con una robusta metafora, che invoca da noi la pazienza del floricultore. Si chiede retoricamente se c'è metafora nel testo filosofico. Perché ciò richiede un libro, ma cosa è un libro? E ora, il tema dell'usura, altro termine metaforico, che si sostituisce a quello dell'uso della metafora in filosofia. L'usura che è la storia stessa della metafora filosofica. Ora, un problema fondamentale: si rende sensibile questa storia mediante la metaforica "usura". Ci sono altre parole per indicare tale "usura"? Sembra di no, se voglio avere davanti agli occhi l'immagine del percorso filosofico, mi dico che esso è usurato (l'immagine di una pietra levigata dalla risacca). Il tempo e la memoria si danno unicamente attraverso metafore, riferite a ciò che si può dire e dare solo sotto metafora. La paradossalità.

Dunque abbiamo la metafora dell'usura riferita all'usura della metafora. L'esergo prospetta l'usura della metafora attraverso la metafora dell'usura dell'esergo (Anatole France). Un circolo vizioso o produttivo?

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Alla luce. | commenti (1)
postato da alderano, venerdì, 05 novembre 2004

Faccio un passo indietro. Ai piedi della scaletta. Giusto per annotare la traccia del venire alla luce - φύσις - di un fiore che fa un'incisione. Lo studio della metafora come fisica della lingua - messa in forma figurale alla luce del sole. La lingua tirata fuori, esposta - anche questa, una metafora usurata.

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1. Esergo | commenti (3)
postato da Azioneparallela, venerdì, 05 novembre 2004

a. “La metafora nel testo filosofico”, 275. (...sicuri di comprendere ogni termine?...) La lingua naturale nel e come testo filosofico.

b. L’uso della metafora in filosofia.

b1. Del buon uso: in filosofia, della filosofia

b2. Uso e usura della metafora in filosofia

b3. Usura: erosione e provento supplementare. (Cf. Derrida e la logica del supplemento)

[A margine: dell’uso dell’esempio in filosofia (e in Derrida)]

c. Dal fisico al metafisico.

c1. La “virtù originale dell’immagine sensibile” 277: il primo conio delle parole, l’etymon.

c2. La logica ‘doppia’ dell’effacement. (Cf. Derrida: la traccia e l’effacement)

c3. L’operazione meta-ta-fisica: la mitologia bianca, 280. Il sedimento dei concetti e l’ingenuità della metafisica.

c4. L’ingenuità delle opposizioni con cui procede questa critica della metafisica e il compito di una decostruzione. (Cf. Decostruzione e dualismi metafisici – dualismo metafisico suona a sua volta pleonastico).

c5. L’ingenuità di questa critica della metafisica: il “presupposto continuista”, 282. (Cf. Derrida: genesi e struttura)

d. Il ‘luogo’ di una scienza della metafora

d1. Difficoltà di una scienza regionale

d2. La metafora monetaria: il linguistico e l’economico. Il valore. (Cf. Derrida: l’uso e lo scambio; donare il tempo).

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[DERRIDA] La mitologia bianca - Esergo (1/3) | commenti (4)
postato da violentunknownevent, giovedì, 04 novembre 2004

I. Esergo.

 

Dalla filosofia, la retorica. Da un volume, pressappoco, più o meno, fare qui un fiore, trarlo fuori, montarlo pezzo a pezzo, anzi lasciarlo montar da sé, venire alla luce — allontanandosi come da se stesso, avvolto su di sé a mo’ di voluta, questo fiore fa un’incisione — imparando a coltivare, sul modello del calcolo del lapidario[1], la pazienza...

La metafora nel testo filosofico. Sicura di intendere ogni parola di questo enunciato, precipitandoci a comprendere - a in-scrivere - una figura nel volume la cui capienza contiene filosofia, ci potremmo accingere a trattare di una questione particolare: c’è metafora nel testo filosofico? In quale forma? Fino a che punto? E’ essenziale? accidentale? ecc. La sicurezza va ben presto perduta: la metafora sembra coinvolgere nella sua totalità l’uso della lingua filosofica, né più né meno che l’uso della lingua cosiddetta naturale nel discorso filosofico, o addirittura della lingua naturale come lingua filosofica.

Ciò richiede un libro, insomma: della filosofia, dell’uso o del buon uso della filosofia. Conviene che l’impegno in tale lavoro prometta più di quanto non dia. Ci contenteremo dunque di un capitolo e sostituiremo all’uso - nel titolo - l’usura. Ci interesseremo in primo luogo ad una certa usura della forza metaforica nello scambio filosofico. L’usura non viene ad aggiungersi ad un’energia tropica destinata altrimenti a restare intatta; essa costituisce al contrario la storia stessa e la struttura della metafora filosofica.

Come rendere ciò sensibile, se non attraverso metafora? Qui, la parola usura. Infatti non si può aver accesso all’usura di un fenomeno linguistico senza dargli una qualche rappresentazione figurata. Cosa potrebbe essere l’usura propriamente detta di una parola, di un enunciato, di un significato, di un testo?

Di questa metafora dell’usura (della metafora), del logorio di questa figura, prendiamoci intero il rischio di dissotterrarne l’esempio (l’esempio solamente, per riconoscere in esso un tipo corrente) nel Giardino di Epicuro. Nell’esergo di questo capitolo, vogliamo rimarcarlo, la metafora ripresa da Anatole France - l’usura filosofica di questa figura - descrive anche, per un caso fortunato, l’erosione attiva di un esergo.

 

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[1] NDT: “lapidario”, che traduce qui lapidaire, ha come significato arcaico quello di ‘artigiano che attende alla lavorazione delle pietre dure e delle pietre preziose’; anche, ‘esperto delle gemme e delle loro magiche virtù’ (Devoto-Oli).


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