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:: La mitologia bianca. La metafora
nel testo filosofico :: Cancellare dalla moneta l'esergo, secondo Polyphile, significa eliminare i segni di una contingenza. Asserire l'universalità, negare la relatività della quale testimonia l'iscrizione con la sua lingua, la sua data: "tirate via dal tempo e dallo spazio". Così si genererebbero i fantasmi della filosofia (come li chiamò Stirner). La falsificazione metafisica non consiste - come ogni altra falsificazione monetaria - nel conio, ma in una sottrazione del coniato: "l'usura la renderà trasparente" (Gide), cioè assoluta (notare, però, che l'usura di una moneta falsa ristabilisce la verità: l'universale dietro al particolare). Scomparsa del volto impresso: ef-facement. Una degradazione che permette il passaggio dal fisico al metafisico, dal sensibile al filosofico. Dallo storico al sovrastorico. La citazione di Nietzsche ribadisce la stessa idea: "le verità sono illusioni che abbiamo dimenticato essere tali, metafore usurate che hanno perso la forza sensibile, monete che hanno perduto l'impronta..." Ma tutto questo - etimologismo, scrive Derrida, che individua una degenerazione del fisico nel metafisico -, è un luogo comune ottocentesco, che va di pari passo con l'idea che vi sia un senso originario, un nocciolo di verità oltre l'interesse semantico generato. Non esiste un "valore originario": nulla cioè da pervertire. Ed eccoci dalle parti di un problema che l'ottocento vide tornare di gran moda: l'origine del linguaggio, l'origine del linguaggio come verità del linguaggio. L'idea, in Polyphile, è che il cammino degenerativo del linguaggio consista in un'allontanamento della parola dalla cosa concreta, finché non sia sparito ogni legame è che non rimanga altro che fumo: la lingua dei filosofi. L'origine sarebbe il linguaggio magico, in cui coesistono cosa e parola: "Il simbolo, in un certo modo, è sentito come l'essere o l'oggetto stesso che rappresenta" (Levy-Bruhl). Lo stadio successivo è la metafora, il come se: sorta di linguaggio del linguaggio, linguaggio sul linguaggio, edificio che finisce per assumere i contorni di un castello di carte... Sull'argomento (origine come metafora, origine come fusione tra cosa e parola) vi rimando alla breve trattazione di T. Todorov, Il linguaggio e i suoi doppi in T. Todorov, Teorie del Simbolo. . . . . [DERRIDA] La mitologia bianca - Esergo (2/3) | commentipostato da violentunknownevent, giovedì, 11 novembre 2004 Quasi al termine del Giardino di Epicuro [1], un breve dialogo fra Ariste e Polifilo ha come sottotitolo O il linguaggio metafisico. I due interlocutori hanno uno scambio [commercent] proprio sulla figura sensibile che si rifugia e si us(ur)a, fino a sembrare impercettibile, in ciascun concetto metafisico. Le nozioni astratte nascondono sempre una figura sensibile. E la storia della lingua metafisica verrebbe a confondersi con il cancellarsi della sua efficacia e l’usura della sua effigie. La parola non viene pronunciata, ma è possibile decifrare la duplice portata dell’usura: il cancellarsi per sfregamento, l’esaurimento, lo sfaldamento, certamente, ma anche il provento supplementare di un capitale, lo scambio che, lungi dal perdere la posta, ne metterebbe a frutto la ricchezza primitiva, ne accrescerebbe la resa sotto forma di rendite, di interesse addizionale, di plusvalore linguistico, laddove queste due storie del senso rimangono inseparabili. «POLIFILO Non era che una rêverie. Fantasticavo che i metafisici, quando si fabbricano un linguaggio, somigliano [immagine, paragone, figura per significare la raffigurazione] a degli arrotini che, invece di coltelli e forbici, passassero sulla loro mola medaglie e monete, per cancellarne l’esergo, l’annata e l’effigie. Quando hanno tanto fatto che non si vede più sulle loro monete da cento soldi né Vittoria, né Guglielmo, né la Repubblica, dicono: “Queste monete non hanno nulla di inglese, né di tedesco, né di francese; le abbiamo tratte fuori dal tempo e dallo spazio; esse non valgono più cinque franchi: esse hanno un valore inestimabile e il loro corso è stato esteso infinitamente”. Essi hanno ragione a parlare così. Con questo lavoro da pochi soldi le parole vengono portate dal fisico al metafisico. Si vede innanzitutto cosa ci perdono; non si vede subito cosa ci guadagnano». Non si tratta qui di basarsi su questa rêverie ma di vedere delinearsi, attraverso la sua logica implicita, la configurazione del nostro problema, le condizioni teoriche e storiche del suo emergere. Due limiti, almeno: 1) Polifilo sembra voler salvare l'integrità del capitale, o piuttosto, prima dell'accumulazione di un capitale, la ricchezza naturale, la virtù originale dell'immagine sensibile, deflorata e deteriorata dalla storia del concetto. Egli suppone così - motivo classico, luogo comune del XVIII secolo - che all'origine del linguaggio abbia potuto aver corso un linguaggio sensibile puro e che resti sempre possibile determinare l'etymon di un senso primitivo, benché nascosto; 2) questo etimologismo interpreta la degradazione come passaggio dal fisico al metafisico. Esso si serve dunque di un'opposizione tutta filosofica, che ha anch'essa la sua storia e la sua storia metaforica, per giudicare di quello che il filosofo farebbe, inconsapevolmente, delle metafore. Lo conferma il seguito del dialogo: esso interroga proprio la possibilità di restaurare o di riattivare, sotto la metafora che a un tempo nasconde e si nasconde, la “figura originale” della moneta usurata, cancellata [effacée], levigata dalla circolazione del concetto filosofico. Il dis-fac(c)i(a)mento[2] non dovrebbe dirsi, sempre, di una figura originale, se esso non si disfacesse da se stesso? «Di tutte queste parole, o sfigurate dall'uso o levigate o anche forgiate in vista di qualche costruzione mentale, possiamo rappresentarci la figura originale. I chimici ottengono dei reagenti che fanno comparire sul papiro o sulla pergamena l'inchiostro cancellato. E con l'ausilio di questi reagenti che si leggono i palinsesti. Se si applicasse un procedimento analogo agli scritti dei metafisici, se si mettesse in luce il senso primitivo e concreto che rimane invisibile e presente al di sotto del senso astratto e nuovo, si troverebbero delle idee assai strane e talvolta assai istruttive». Il senso primitivo, la figura originale, sempre sensibile e materiale («tutte le parole del linguaggio umano furono coniate all'origine a partire da una figura materiale e […] tutte rappresentarono nella loro novità qualche immagine sensibile […], materialismo fatale del vocabolario […]») non è esattamente una metafora. È una sorta di figura trasparente, equivalente ad un senso proprio. Essa diventa metafora quando il discorso filosofico la mette in circolazione. Allora si dimenticano simultaneamente il primo senso e il primo spostamento. Non si rimarca più la metafora e la si prende per il senso proprio. Doppia cancellazione [effacement]. La filosofia sarebbe questo processo di metaforizzazione che da se stesso si toglie via. Costitutivamente, la cultura filosofica sarà sempre stata logora. E una regola di economia: per ridurre il lavoro dello sfregamento, i metafisici sceglierebbero di preferenza, nella lingua naturale, le parole più usate: « […] essi scelgono di preferenza, per levigarle, le parole che arrivano loro un po’ logore. Così risparmiano una buona metà del lavoro. Talvolta, più fortunati ancora, mettono mano a parole che, per lungo e universale uso, hanno perso, da tempo immemorabile, ogni traccia di figura». Reciprocamente, noi siamo metafisici inconsapevoli in proporzione all’usura delle nostre parole. Senza farne un tema o un problema, Polifilo non può evitare il passaggio al limite: l’usura assoluta di un segno. Che cos’è? E questa perdita - cioè questo plusvalore illimitato - non è ciò che il metafisico preferisce, sistematicamente, scegliendo per esempio i concetti di forma negativa, a-ssoluto, in-finito, in-tangibile, non-essere? « In tre pagine di Hegel, prese a caso dalla sua Fenomenologia [libro che pare fosse assai poco citato nell’Università francese nel 1900], su ventisei parole, soggetti di frasi importanti, ho trovato diciannove termini negativi contro sette termini affermativi […]. Gli ab, gli in, i non agiscono ancor più energicamente della mola. Vi cancellano d’un colpo solo le parole più salienti. Talvolta, a dire il vero, ve le capovolgono soltanto, e ve le mettono sottosopra». Al di là della battuta, resta da interrogare il rapporto tra la metaforizzazione che si sopprime da se stessa e i concetti di forma negativa. Togliendo la determinazione finita, questi hanno la funzione di rompere il legame che tiene avvinti al senso di un ente particolare, se non addirittura alla totalità di ciò che è. Essi sospendono così la loro metaforicità apparente. (Definiremo meglio questo problema della negatività individuando, più sotto, la connivenza tra il rilevamento hegeliano - l’Aufhebung, anch’essa unità di una perdita e di un utile - e il concetto filosofico di metafora). «Tale è, per quanto ho saputo vedere, l’usanza dei metafisici o, per dir meglio, dei “metatafisici”, perché è una meraviglia da aggiungere alle altre che la vostra scienza abbia essa stessa un nome negativo, tratto dall’ordine in cui furono disposti i libri di Aristotele, e ai quali voi stessi conferiste il titolo: quelli che vengono dopo i fisici. Capisco bene che voi supponiate che essi siano messi in pila e che prender posto successivamente significa montar sopra. Ma con ciò voi ammettete di essere fuori dalla natura». Benché la metafora metafisica abbia messo tutto sottosopra, benché essa abbia anche cancellato pile di discorsi fisici, dovrebbe sempre essere possibile riattivare l’inscrizione primitiva e restaurare il palinsesto. Polifilo si dedica a questo gioco. Da un’opera che «passa in rassegna i sistemi a partire dagli antichi Eleati fino agli ultimi eclettici e finisce col signor Lachelier», egli estrae una frase di tenore assai astratto e assai speculativo: «L’anima possiede Dio nella misura in cui essa partecipa dell’assoluto». Poi mette mano ad un lavoro etimologico o filologico che deve risvegliare tutte le figure che in essa giacciono addormentate. Per questo, egli presta attenzione non a quanto la frase «conteneva di verità» ma «unicamente alla forma verbale». E, dopo aver precisato che le parole «Dio», «anima», «assoluto», ecc. sono dei simboli e non dei segni, poiché il simbolizzato conserva un legame di affinità naturale con il simbolo e autorizza così la riattivazione etimologica (l’arbitrarietà non sarebbe così, come suggerisce anche Nietzsche, che un grado di usura del simbolico), Polifilo presenta i risultati della sua operazione chimica:
Ero così nel vero nel ricercare i sensi contenuti nelle parole anima, Dio, assoluto, che sono dei simboli e non dei segni. «L’anima possiede Dio nella misura in cui essa partecipa dell’assoluto». Che cos’è questo, se non un accostamento di piccoli simboli che sono stati fortemente cancellati, ne convengo, che hanno perso il loro splendore e il loro pittoresco, ma che ancora rimangono dei simboli per forza di natura? L’immagine è ridotta in essi allo schema. Ma lo schema è ancora l’immagine. E ho potuto, senza essere infedele, sostituire quest’ultima al primo. E così che ho ottenuto: «Il soffio è seduto su colui che brilla nello staio del dono che riceve in ciò che è completamente sciolto (o sottile) » da cui senza difficoltà ricaviamo: «Colui il cui soffio è un segno di vita, l’uomo, prenderà posto (certamente dopo che il soffio sarà esalato) nel fuoco divino, fonte e centro della vita, e questo posto gli sarà misurato in base alla virtù che gli è stata data (dai demoni, immagino) di estendere questo soffio caldo, questa piccola anima invisibile, attraverso lo spazio libero (il blu del cielo, probabilmente)». E notate che questo ha l’aria di un frammento di inno vedico, che sa della vecchia mitologia orientale. Non garantisco di aver ristabilito questo mito primitivo rispettando il pieno rigore delle leggi che governano il linguaggio. Poco importa. Basta che si veda che abbiamo trovato dei simboli e un mito in una frase che era essenzialmente simbolica e mitica, poiché era metafisica. Credo di avervelo fatto capire abbastanza, Ariste: ogni espressione di un’idea astratta non può essere che un’allegoria. Per un bizzarro destino, questi metafisici, che credono di sfuggire al mondo delle apparenze, sono costretti a vivere in perpetuo nell’allegoria. Poeti tristi, essi scoloriscono le favole antiche, e non sono che dei raccoglitori di favole. Essi fanno della mitologia bianca. Una formula - breve, condensata, economica, quasi muta - è stata svolta in un discorso interminabilmente esplicativo, che si mette in mostra come un pedagogo, con gli effetti di ridicolo che produce sempre la traduzione prolissa e gesticolante di un ideogramma orientale. Parodia del traduttore, ingenuità del metafisico, del povero peripatetico che non riconosce la sua figura e non sa dove essa l’ha portato. La metafisica - mitologia bianca che concentra e riflette la cultura dell’Occidente: l’uomo bianco prende la sua propria mitologia, quella indoeuropea, il suo logos, cioè il mythos del suo idioma, per la forma universale di ciò che egli deve ancora voler chiamare la Ragione. Il che non accade senza conflitti. Ariste, il difensore della metafisica (un refuso avrà fatto stampare, nel titolo, Artiste), finisce per andarsene, deciso a non dialogare più con un giocatore sleale: «Me ne vado non persuaso. Se aveste ragionato conformemente alle regole, mi sarebbe stato facile confutare i vostri argomenti». Mitologia bianca - la metafisica ha cancellato in se stessa la scena favolosa che l’ha prodotta e che tuttavia resta attiva, irrequieta, inscritta in inchiostro bianco, disegno invisibile e nascosto nel palinsesto. [1] A. FRANCE, Le Jardin d’Epicure, Paris 1900. La stessa opera contiene una sorta di rêverie sulle figure dell’alfabeto, sulle forme originarie di alcune delle sue lettere (De l’entretien que j’eus cette nuit avec un fantôme sur les origines de l’alphabet). [2] NDT: Ef-face ment: Derrida gioca, qui e più sotto, sui vari significati di effacement: 'cancellazione', 'cancellazione della faccia, dell'aspetto' e anche 'cancellazione della faccia di una moneta'; nel seguito, si è tradotto col più ordinario “cancellazione”, segnalando fra parentesi il termine effacement. . . . . |