Blog Seminario su Jacques Derrida


 

:: La mitologia bianca. La metafora nel testo filosofico ::
in Jacques Derrida, Margini della filosofia, tr. it. di M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997


[DERRIDA] La mitologia bianca - Esergo (3/3) | commenti (1)
postato da violentunknownevent, mercoledì, 24 novembre 2004

Questo dialogo dissimmetrico -  falso - non merita di essere posto in esergo solo perché colpisce; e perché, colpendo non meno la ragione dell’immaginazione, esso incide il nostro problema in un’effigie teatrale. Esso ha altri titoli. Molto schematicamente:
1)       
L’intento di Polifilo sembra appartenere ad una configurazione la cui distribuzione storica e teorica, i cui limiti, le cui divisioni interne, i cui sfalsamenti restano da interpretare. Guidata dalla questione della retorica, tale interpretazione dovrebbe interrogare tanto i testi di Renan[1] e di Nietzsche[2] (che entrambi, da filologi, hanno richiamato quella che consideravano come l’origine metaforica dei concetti, in specie di quello che sembra sostenere il senso proprio, la proprietà del proprio, l’essere) quanto quelli di Freud[3], di Bergson[4], di Lenin[5] che, attenti all’attività metaforica nel discorso teorico o filosofico, hanno proposto o praticato la moltiplicazione di metafore antagoniste al fine di meglio neutralizzarne o controllarne l’effetto. Lo sviluppo della linguistica storica nel XIX secolo è lungi dall’essere sufficiente a spiegare l’interesse per la sedimentazione metaforica dei concetti. E va da sé che la configurazione di questi motivi non ha un limite cronologico o storico lineare. Ben lo mostrano i nomi che abbiamo ora accostati e, per di più, le sfaldature che dobbiamo definire o mantenere passano all’interno dei discorsi firmati da un unico nome. Una nuova determinazione dell’unità dei corpus
delle opere dovrebbe precedere o accompagnare l’elaborazione di queste questioni.
2)       
Leggere in un concetto la storia nascosta di una metafora, è privilegiare la diacronia, a spese del sistema, e puntare su quella concezione simbolista del linguaggio che di passaggio abbiamo fatto rilevare: il legame del significante col significato ha dovuto essere e restare, benché sotterraneo, un legame di necessità na­turale, di partecipazione analogica, di rassomiglianza. La metafo­ra è sempre stata definita come il tropo della rassomiglianza; non semplicemente fra un significante e un significato, ma tra quelli che sono già dei segni, l’uno dei quali designa l’altro. E la sua ca­ratteristica piti generale ed è ciò che ci ha autorizzato a riunire sotto questo nome tutte le figure cosiddette simboliche o analogi­che evocate da Polifilo (figura, mito, favola, allegoria). In questa critica del linguaggio filosofico, interessarsi alla metafora - que­sta figura particolare -
corrisponde dunque ad un partito preso simbolista. E interessarsi soprattutto al polo non sintattico, non sistematico, alla «profondità» semantica, al magnetismo della si­milarità piuttosto che alla combinazione posizionale, diciamo «metonimica», nel senso definito da Jakobson che giustamente sottolinea[6] l’affinità fra il predominio del metaforico, il simboli­smo (sia, diremmo noi, come scuola letteraria che come conce­zione linguistica) e il romanticismo (più storico, cioè storicista, e più ermeneutico). Va da sé che la questione della metafora, qua­le qui la ripetiamo, lungi dall’appartenere a questa problematica e dal condividerne i presupposti, dovrebbe al contrario delimi­tarli. Tuttavia, non si tratta di sostenere simmetricamente quello che Polifilo prende come bersaglio; ma piuttosto di decostruire gli schemi metafisici e retorici che sono all’opera nella sua criti­ca, non per rifiutarli o buttarli via come scarti ma per reinscri­verli altrimenti e soprattutto per cominciare a identificare il ter­reno storico-problematico a partire dal quale è stato possibile do­mandare sistematicamente alla filosofia i titoli metaforici dei suoi concetti.
3)       
Bisognava anche sottoporre ad interpretazione il valore di usura. Esso sembra avere un legame sistematico con la prospetti­va metaforica. Lo si ritroverà ovunque il tema della metafora sarà privilegiato. E’ anche una metafora che trascina con sé un presupposto continuista: la storia di una metafora non avrebbe es­senzialmente l’aspetto di uno spostamento, con rotture, reinscri­zioni in un sistema eterogeneo, mutazioni, scarti senza origine, ma quello di un’erosione progressiva, di una perdita semantica regolare, di un impoverimento ininterrotto del senso primitivo. Astrazione empirica senza estrazione dal suolo natio. Non che il lavoro degli autori citati sia interamente consegnato a tale pre­supposto, ma vi fa ricorso ogniqualvolta fa dominare il punto di vista metaforico. Questa caratteristica - il concetto di usura - non appartiene senza dubbio ad una configurazione storico-teo­rica ristretta ma, piuttosto, al concetto di metafora stesso e alla 1unga sequenza metafisica che esso determina o che lo determi­na. E ad essa che, per cominciare, qui ci interessiamo.
4)       
Per significare il processo metaforico, i paradigmi della moneta, del metallo, argento e oro, si sono imposti con una no­tevole insistenza. Prima che la metafora - fatto di linguaggio - trovasse la sua metafora in un fatto economico, è stato necessa­rio che un’analogia più generale organizzasse gli scambi tra le due «regioni». L’analogia all’interno del linguaggio si trova rap­presentata da un’analogia tra il linguaggio e qualcosa di altro da esso. Ma ciò che qui sembra «rappresentare», raffigurare, è an­che ciò che apre lo spazio più ampio di un discorso sulla figura e non si lascia contenere più in una scienza regionale o determina­ta, la linguistica e o la filologia.

L’inscrizione della moneta è il più delle volte il luogo d’incro­cio, la scena dello scambio tra il linguistico e l’economico. I due tipi di significante si suppliscono nella problematica dcl fetici­smo, sia in Nietzsche che in Marx[7]. E Per la critica dell’economia politica organizza in sistema i motivi dell’usura, del «denaro che parla linguaggi […] differenti”, dei rapporti tra la “differenza di denominazione» e la «differenza di figura», della conversione del denaro in «oro sans phrase» e, reciprocamente, dell’idealizza­zione dell’oro che «diventa simbolo di se stesso ma non può ser­vire come simbolo di se stesso» («nessuna cosa può essere simbo­lo di se stessa», ecc.)[8]. Il riferimento sembra qui piuttosto nomico e la metafora linguistica. Che inoltre, almeno apparen­temente, Nietzsche inverta la corrente dell’analogia, non è certa­mente cosa di poco significato, ma non deve dissimulare la possi­bilità comune dello scambio e dei termini: «Che cos’è allora la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomor­fismi, in breve una somma di relazioni umane che, migliorate poeticamente e retoricamente, sono trasposte e abbellite e che, dopo un lungo uso, sembrano a un popolo salde, canoniche e vin­colanti: le verità sono illusioni che abbiamo dimenticato siano ta­li, metafore divenute consunte e svuotate della forza dei sensi, monete che hanno perso la loro immagine e che vengono ora con­siderate solo come metallo, non più come monete»[9].
Se si accetta la distinzione saussuriana, si dirà dunque che la questione della metafora rientra qui nel campo di una teoria del valore
e non solo cli una teoria della significazione. E nel momen­to in cui giustifica tale distinzione che Saussure pone la neces­sità, per tutte le scienze del valore ma solo per esse, di incrocia­re le assi sincronica e diacronica (Corso di linguistica generale, pp. 98 sgg.). Egli sviluppa allora l’analogia tra l’economia e la lingui­stica: «[…] la dualità di cui parliamo si impone già imperiosamente alle scienze economiche. Qui, diversamente da ciò che ac­cadeva nei casi precedenti, l’economia politica e la storia econo­mica costituiscono due discipline nettamente separate in seno a una stessa scienza [...]. Procedendo in tal modo si obbedisce, senza rendersene ben conto, a una necessità intrinseca: ed è una necessità affatto simile che ci obbliga a scindere la linguistica in due parti aventi ciascuna il suo principio. Il fatto è che qui, come in economia politica, si è di fronte alla nozione di valore; in en­trambe le scienze ci si occupa di un sistema di equivalenza tra cose di ordini differenti: nell’una un lavoro e un salario, nell’altra un si­gnificato e un significante» (ibid.).
Per definire la nozione di valore, prima ancora che essa sia specificata come valore economico o valore linguistico, Saussure descrive le caratteristiche generali che garantiranno quindi il passaggio metaforico o analogico, per similarità o proporziona­lità, da un ordine all’altro. Ora, una volta di più, la metaforicità per analogia è costitutiva di ciascuno dei due ordini quanto del loro rapporto.

Una volta di più è il pezzo da cento soldi a far le spese della dimostrazione: 

[…] è necessario mettere in luce questo problema [rapporto fra significazio­ne e valore], sotto pena di ridurre la lingua a una semplice nomenclatura […].
Per rispondere a un tale quesito, constatiamo anzitutto che anche fuo­ri della lingua tutti i valori sembrano retti da questo principio paradossale. Essi sono sempre costituiti:
1)              
da una cosa dissimile suscettibile d’esser scambiata con quella di cui si deve determinare il valore;

2)              
da cose simili che si possono confrontare con quella di cui è in causa il valore.

Questi due fattori sono necessari per l’esistenza d’un valore. Così per determinare che cosa vale un pezzo da cinque franchi, bisogna sapere: 1) che lo si può scambiare con una determinata quantità di una cosa diversa, per esempio del pane; 2) che lo si può confrontare con un valore similare del medesimo sistema, per esempio un pezzo da un franco, o con una mo­neta di un altro sistema (un dollaro ecc.). Similmente [corsivo mio] una parola può esser scambiata con qualche cosa di diverso: un idea; inoltre, può venir confrontata con qualche cosa di egual natura: un’altra parola. Il suo valore non è dunque fissato fintantoché ci si limita a constatare che può es­ser «scambiata» con questo o quel concetto, vale a dire che ha questa o quella significazione; occorre ancora confrontarla con valori similari, con le altre parole che le sono opponibili. Il suo contenuto non è veramente de­terminato che dal corso di ciò che esiste al di fuori. Facendo parte di un sistema, una parola è rivestita non soltanto di una significazione, ma anche e soprattutto di un valore, che è tutt’altra cosa (ibid., pp. 139-40). 

Il valore, l’oro, l’occhio, il sole, ecc. sono trascinati, lo sappia­mo da lungo tempo, nello stesso movimento tropico. Il loro scam­bio domina il campo della retorica e della filosofia. Quest’osser­vazione di Saussure, alla pagina seguente, può essere dunque messa a fronte della versione di Polifilo (il «soffio seduto», il « fuoco divino, fonte e centro della vita», ecc.). Essa ci ricorda che la cosa più naturale, più universale, più reale, più chiara, il referente in apparenza più esterno, il sole, dal momento in cui in­terviene (e lo fa sempre) nel processo di scambio assiologico e se­mantico, non sfugge affatto alla legge generale del valore metafo­rico: «Così il valore di un qualunque termine è determinato da ciò che lo circonda; persino della parola che significa “sole” non è possibile fissare immediatamente il valore se non si considera quel che le sta intorno; ci sono delle lingue in cui è impossibile di­re “mi seggo al sole”» (ibid., p. 141).
In questa stessa costellazione, ma nella sua posizione irriduci­bile, bisognerebbe rileggere di nuovo
[10] tutto il testo di Mallarmé sulla linguistica, l’estetica e l’economia politica, tutta la sua scrit­tura del segno oro che calcola degli effetti testuali eludendo le opposizioni del proprio e del figurato, del metaforico e del meto­nimico, della figura e del contenuto, del sintattico e del semanti­co, della parola e della scrittura classiche, del più e del meno. Specialmente in quella pagina che dissemina il suo titolo Oro nel corso di «fantasmagorici calar del sole».



[1] Cfr. per esempio E. RENAN, De l’origine du langage (1848), cap. V, in ID., Œuvres complètes, Paris 1947-61, t. VIII. [2] ‘Cfr. per esempio F. NIETZSCHE, Die Philosophie im tragischen Zeitalter der Griechen (1873), Leipzig 1925 (trad. it. La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, in ID., Opere cit.,III, t. lI, pp. 263 sgg.). [3] Cfr. per esempio J. Breuer in ID. e S. FREUD, Studien über Hysterie, Leipzig-Wien, 1895 (trad. it. Studi sull’isteria, in FREUD, Opere cit., I, p. 372); S. Freud, ibid., pp. 426-427; o anche ID., Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten, Leipzig-Wien 1905 (trad. it. Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, in Opere cit., V, p. 187); m., Vorksungen zur Einführung in die Psychoanalyse, Wien 1915-17 (trad. it. Introduzione alla psicoanalisi, ibid., VIII, p. 456) (a proposito della metafora dell’anticamera); ID., Jenseits des Lustprinzips cit., fine del cap. VI; an., Die Frage der Laienanalyse. Unterredungen mit ei­nem Unparteiischen, Leipzig-Wien-Zürich 1926 (trad. it. Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale, in Opere cit., X, p. 362). D’altra parte, riguardo all’intervento degli schemi retorici nel discorso psicoanalitico, na­turalmente cfr. J. LACAN, Ecrits, Paris 1966 (si veda l’indice ragionato di J.-A. Miller), E. BENVENISTE, Remarques sur la fonction du langage dans la découverte freudienne (1956), in Problèmes de linguistique générale cit., (trad. it. Note sulla funzione del linguaggio nella sco­perta freudiana, in Problemi di linguistica generale cit., pp. 93 sgg.), e E. JAKOBSON, Two Aspects of Language and Two Types of Aphasic Disturbances (1954), ora in ID. e M. HALL, Fundamentals of Language, The Hague 1956 (trad. it. Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia, in R. JAKOBSON, Saggi di linguistica generale, Milano 1966, pp. 22 sgg.). [4] Cfr. per esempio Iniroduction à la métapbysique, in La pensée et le mouvant cit., p. 185. [5] Nei Quaderni sulla dialettica di Hegel, Lenin definisce il più delle volte il rapporto di Marx con Hegel come «rovesciamento» (a testa in giù) ma anche come «decapitazio­ne» (il sistema hegeliano meno tutto ciò che lo comanda: l’assoluto, l’Idea, Dio, ecc.) o anche come lo sviluppo di un « seme» o di un « chicco», e perfino come la « mondatura» che dalla buccia procede verso il nocciolo, ecc. Per quel che riguarda la questione della metafora nella lettura di Marx e in una problematica marxista in generale, cfr. special­mente L. ALTHUSSER, Contradiction et surdétermination, in ID., Pour Marx, Paris 1965 (trad. it. Contraddizione e surdeterminazione, in Per Marx, Roma 19692, pp. 69 sgg.); ID., Lire le Capital, Paris 1965 (trad. it. Leggere il Capitale, Milano 1968, pp. 27 sgg. e passim); ID., Idéologie et appareils idéologiques d’Etat, in «La Pensée», n. 151 (1970), pp 3-38 (trad. it. in M. BARBAGLI (a cura di), Istruzione, legittimazione e conflitto, Bologna 19782, pp. 45-65), e J.-J. GOUX, Numismatiques, I, II, in «Tel Quel», 35 (1968), 36 (1969). [6] R. JAKOBSON, Essais de linguistique générale, Paris 1963 (trad. it. da originali inglesi, Saggi di linguistica generale cit., p. 41). [7] ­Cfr., per esempio, K. MARX, Das Kapital, l. I, Hamburg 1867 (trad. it. Il Capitale, Roma 1964, pp. 114-15): «Di dove vengono le illusioni del sistema monetario? Questo sistema non ha visto che l’oro e l’argento, in quanto denaro, rappresentano un rapporto sociale di produzione, ma li ha considerati nella forma di cose naturali dotate di strane qualità sociali [...]. Se le merci potessero parlare, direbbero: […] Si ascolti ora come l’eco­nomista parla con l’anima stessa della merce: […]». [8] ID., Zur Kritik der politischen Ökonomie, Berlin 1859 (trad. it. Per la critica dell’eco­nomia politica, Roma 1969, pp. 87 sgg). Facciamo un semplice richiamo a questi testi. Per analizzarli dal punto di vista che ci interessa qui (critica dell’etimologismo, questioni vertenti sulla storia e sul valore del proprio idion, propruam, eigen), bisognerebbe tenere rigorosamente conto, in particolare, di questo fatto: Marx non ha solo criticato, insieme ad altri (Platone, Leibniz, Rousseau, ecc.) l’etimologismo come abuso o aberrazione non scientifica, come pratica della cattiva etimologia. La sua critica dell’etimologismo ha pre­so ad esempio il proprio. Non possiamo citare qui tutta la critica di Destutt de Tracy che gioca sulle parole proprietà e proprio come « Stirner» faceva con Mein e Meinung [mio, il mio parere; anche Hegel faceva altrettanto], Eigentum e Eigenheit [proprietà e individualità]. Riporto solo questo passo, che riguarda la riduzione della scienza economica al gioco del linguaggio, e quella della specificità stratificata dei concetti all’unità immaginaria di un etimo: «“Stirner” ha negato dianzi l’abolizione comunista della proprietà privata trasformando la proprietà privata nell”avere” e dichiarando poi che il verbo “avere” è una parola indispensabile, una verità eterna, perché anche nella società comunista po­trebbe capitargli di “avere” i dolori di corpo. Proprio allo stesso modo egli motiva qui l’impossibilità di abolire la proprietà privata, trasformandola nel concetto della proprietà, sfruttando il nesso etimologico fra “proprietà” e “proprio” e dichiarando che la parola “proprio” è una verità eterna, perché anche sotto il regime comunista potrebbe capitare che gli fossero “propri” i dolori di corpo. Tutta questa assurdità teorica, che cerca asilo nell’etimologia, sarebbe impossibile se la proprietà privata reale, che i comunisti vogliono abolire, non fosse stata trasformata nel concetto astratto “la proprietà”. Con ciò da una parte ci si risparmia la fatica di dire o anche solo di sapere alcunché sulla proprietà privata reale, e d’altra parte si giunge facilmente a scoprire nel comunismo una contraddizio­ne, dal momento che in esso, anche dopo l’abolizione della proprietà (reale), si può certo scoprire ogni sorta di cose che possono essere sussunte sotto “la proprietà”». Questa cri­tica - che apre o lascia aperte le questioni della «realtà» del proprio, dell’astrazione» e del concetto (non della realtà generale) del proprio - continua più sotto con degli esempi notevoli: «Per esempio, propriété Eigentum e Eigenschaft, property Eigentum e Eigentümli­chkeit, “proprio” nel senso mercantile e nel senso individuale, value, Wert - commerce, Verkehr - échange, exchange, Austausch, ecc., che sono adoperati tanto per i rapporti com­merciali quanto per le qualità e le relazioni degli individui come tali. Nelle altre lingue moderne accade esattamente lo stesso. Se san Max si mette seriamente a sfruttare questa ambiguità, può riuscire facilmente a fare una magnifica serie di nuove scoperte economi­che senza sapere una parola di economia; e del resto anche i suoi nuovi fatti economici, che vedremo in seguito, restano interamente nell’ambito di questa sfera della sinonimia» (ID. e F. ENGELS, Die deutsche Ideologie (1845-46), in Historisch-Kritische Gesamtausgabe, V, Frankfurt am Main - Berlin - Moskau 1932 (trad. it. L’ideologia tedesca, Roma 1958, rispettivamente pp. 211-12 e 213)). [9] NIETZSCHE, Erkenntnistheoretische Einleitung über Wahrheit und Lüge im außermora­lischen Sinne (estate 1873), in Das Philosophenbuch cit., trad. it. p. 76. Tale motivo del cancellarsi, dell’impallidire dell’immagine, si ritrova anche in S. FREUD, Die Traumdeu­tung, Leipzig-Wien 1900 (trad. it. L’intripretazione dei sogni, in Opere cit., III), ma, in Freud come in Nietzsche, non determina univocamente o unilateralmente la teoria della metafora. Questa risulta compresa in un’agonistica più generale. [10] Questa lettura è abbozzata in DERRIDA, La double séance cit. (II).













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Peggio di Selezione dal Reader's Digest | commenti (8)
postato da Tez, giovedì, 11 novembre 2004

Hume sostenne che l'impressione sensibile, piena di chiarezza, viene ricordata in modo sbiadito mediante idee, che da una serie di sensazioni si ricava l'idea, ad esempio, di causa ed effetto. Senza inoltrarci nei mostruosi problemi che una tale concezione solleva, quel che importa qui, nel seguitare a leggere Derrida, è ricordare come si possa ritenere l'esperienza sensibile, il dato evidente, fonte del nostro pensiero; in un rovesciamento del fondamento platonico, l'idea trattiene pallidamente l'impressione.

Polifilo sostiene che i metafisici sono come arrotini che cancellano l'esergo dalle monete per dichiararle di incomparabile e atemporale valore. Con il loro lavoro, essi portano le parole dal fisico al metafisico, dunque allontanano i termini dal loro etimo che è sensibile per portarli in una regione soprasensibile semplicemente cancellando, a furia di usarli, tale origine. Si configurerebbe così un passaggio dal senso letterale a un senso metaforico.

Tutte le parole (...) furono coniate all'origine a partire da una figura materiale. Vi è un materialismo fatale del vocabolario. Ma quando il filosofo mette in circolazione queste parole, esse dimenticano (per usura) il significato originario, ma per effetto di una doppia cancellazione (effacement) perché il senso originario viene trasformato in metafora, e la metafora viene mutata in senso proprio (come fa troppo facilmente certa filosofia della scienza). Va da sé che chi crede in un linguaggio originario tarato su impressioni sensibili non ammetta interpretazioni ma si affidi alla legalità di tassonomie tanto infinite quanto ingestibili.

I metafisici sceglierebbero di preferenza (...) le parole più usate. Qui la faccenda si fa rischiosa perché tutto il linguaggio comune trasforma in tal modo le parole: noi siamo metafisici inconsapevoli in proporzione all'usura delle nostre parole.
Improvvisamente Polifilo annuncia l'usura assoluta di un segno, cioè quel porre in forma negativa i concetti: a-ssoluto, in-finito, in-tangibile, non-essere. Perché il filosofo fa questo? Semplice, i concetti in forma negativa hanno la funzione di rompere il legame che tiene avvinti al senso di un ente particolare. Essi realizzano lo spostamento dal senso originario sensibile a quello metaforico e metafisico (in cui al metaforico viene assegnato di nuovo un significato sensibile).

E' possibile riattivare l'iscrizione primitiva precedente l'usura metaforica e metafisica? Polifilo vuole provarci. Al termine del suo tentativo, applicato a parole come "Dio", "anima", "assoluto", precisa che esse sono dei simboli (legati a una somiglianza con un essere di fatto) e non dei segni. Queste idee sono allegorie, una raccolta condensata di favole vediche, di miti primitivi. Per Polifilo i metafisici fanno quindi della mitologia bianca. La metafisica bianca occidentale, cuore della cultura, nasce dalla mitologia indoeuropea la quale è scritta con l'inchiostro bianco, così che tale origine rimanga invisibile persino a lei stessa. L'uomo bianco prende tale mito per la forma della propria ragione. L'interlocutore di Polifilo, Ariste, abbandona la scena senza difendere la metafisica.

Qual è l'interesse di Derrida nel riportare porzioni di questo dialogo? La risposta viene ripartita in 4 punti:

1) La proposta di Polifilo si collega a) a una tradizione filologica che esplora l'origine metaforica dei concetti nei riguardi di un originario senso proprio, b) di una tradizione culturale che tende al controllo finalizzato della metafora.

2) Tracciare una filologia significa esaltare il percorso diacronico della metafora, a spese del sistema (sincronico), puntando su un una concezione simbolista, pertanto su un legame, per quanto sfilacciato, con una necessità naturale. Ecco che la metafora diviene rassomiglianza tra segni. Derrida: non si tratta di criticare Polifilo, ma di decostruire i suoi schemi retorici e metafisici per riscriverli, indagando il terreno sul quale è possibile render conto alla filosofia dell'origine metaforica dei suoi concetti.

3) Il termine usura va anch'esso indagato, esso indica una soluzione continuista nella vita di una metafora. Presuppone che la diacronia sia relativa a una continuità, a un mantenimento del medesimo senso, la medesima rassomiglianza, pur con un'erosione lenta e inesorabile, un impoverimento ininterrotto del senso primitivo. (vedi George Orwell), una sorta di evoluzionismo rovesciato.

4) Per dare significato al concetto di usura vengono prevalentemente utilizzati gli esempi della moneta, del metallo prezioso, quindi dello scambio economico. Occorre quindi un'analogia più vasta che comprenda i due domini del linguaggio e dell'economia; questo sfondamento esula da una scienza regionale e va a chiedere risposte in un territorio più ampio e fondamentale (Kant, intro KdU; Heidegger Essere e Tempo).

L'iscrizione della moneta quale luogo d'incrocio tra lingua ed economia, insomma tra ordini differenti. Ma perché la questione della metafora diventa una questione di valore (Saussure)? Il valore (come la metafora) stabilisce appunto equivalenze tra cose differenti; Saussure dice: il principio paradossale del valore è che esso è costituito da una cosa dissimile che possa essere scambiata con quella di cui si vuole stabilire il valore, e insieme da cose simili che si possano confrontare con quella di cui è in causa il valore (per determinare il valore di una moneta da 2 euro devo sapere quali merci dissimili posso comperare con essa e devo poterla confrontare con gli altri tagli). Allo stesso modo, seguita Saussure, una parola può essere scambiata con un'idea e confrontata con altre parole. Dunque il valore metaforico è stabilito all'interno di una serie di relazioni, da ciò che sta intorno (e non, o non solo, da ciò che sta prima), arrivando a un incrocio tra diacronico e sincronico.


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